Nino non aver paura…

Si è uomini, prima di essere calciatori. Quando ti ritiri dal mondo del calcio, rimane solo il ricordo di quello che hai fatto, vittorie, sconfitte, gioie e delusioni vengono archiviate e rimangono lì sospese nelle memorie di una lunga cronologia. Quando appendi le scarpe al chiodo, qualsiasi scelta fatta, qualsiasi “tradimento sportivo” compiuto e non digerito dai tifosi, dovrebbe restare lì appeso al medesimo chiodo. Dovrebbe. Ci si dimentica troppo spesso che prima di essere sportivi, prima di avere un contratto, dei soldi, una vita tranquilla e spensierata, si è uomini. O meglio, che non tutti i calciatori decidono di seguire la vita stereotipata, quell’essere omologato che segue il successo per appesantire il proprio portafoglio da sventolare dinanzi a qualche bella donna.

“E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori che non hanno vinto mai ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro a un bar, e sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai….”
Quando De Gregori scrisse questa canzone, aveva in mente Agostino Di Bartolomei. I suoi compagni lo soprannominarono Sant’Agostino per quanto era insensibile alla bella vita: lui e il lusso orbitavano su due mondi lontani, inconciliabili. Rappresentava l’eccezione, ma non fu capito. E’ stato il capitano della Roma, per molti ancora lo è: dalle giovanili giallorosse in prima squadra, saltando pochissime partite, rimediando una sola espulsione e conquistando quella fascia da capitano che ha onorato con orgoglio e con rispetto ed educazione sportiva per anni, gli stessi anni che hanno portato la Roma a vincere il suo secondo Scudetto, tre Coppe Italia e a raggiungere l’ambita finale di Coppa dei Campioni, persa poi ai calci di rigore contro il Liverpool. Coincidenza quella partita si giocò proprio all’Olimpico di Roma. Un’altra coincidenza, drammatica, è che fu disputata il 30 maggio del 1984. Chi è di Roma, chi conosce la storia di questa squadra, sa che nella vita di questo prestigioso club possono passare pochissimi treni: accarezzare l’idea di trionfare nel proprio stadio, davanti ai proprio tifosi, familiari e amici e poi vederla frantumare in mille pezzi dopo aver sbagliato dei calci di rigore, è un peso insopportabile per molti. Fa troppo male pensare a quanto tempo deve trascorrere per rivivere una partita di tale prestigio e provare a cambiare l’esito e la storia.

“Non è da questi particolari che si giudica un giocatore…” , aggiungerei che non è da questi particolari che si giudica una squadra, ma so che non è sempre vero: in molti pensano che essere secondi significa non essere nessuno, significa gettare e dimenticare tutto il percorso, gli ostacoli superati, le emozioni provate per raggiungere quel gradino più basso. Ago (così lo chiamavano i tifosi), da capitano, da romano, percepisce la delusione di tutto l’ambiente che lo circonda, anche lui è amareggiato, ma da leader non la mette in pubblico, anzi è il primo a voler ripartire, a voler immediatamente provare a rifarsi, a prendere una rivincita. Ma non viene capito. Non gli viene data questa possibilità, viene trattato come un “semplice” calciatore, uno dei tanti che va e viene: ceduto senza troppe spiegazioni al Milan. Una doppia sconfitta per Di Bartolomeo, quella più pesante però non avviene sul campo, contro gli inglesi, ma nel suo cuore, viene ferito nell’orgoglio, lo stesso che lo portò ad andarsene senza fiatare, solo con la mente proiettata a rispettare il nuovo contratto. Nessuna riconoscenza per il capitano dello Scudetto da parte dei dirigenti, pochissima invece da parte di alcuni dei suoi ex-tifosi che proprio in un Roma – Milan lo accolsero da traditore, da colui che abbandona la nave prima che affondi. Solo pochi mesi prima, alla sua ultima passerella con la maglia della Lupa, la Sud gli dedicò uno striscione con su scritto: Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva” . Come darsi una spiegazione?Immaginava di chiudere la carriera con addosso l’unica vera maglia della sua vita e invece si ritrova in una città del nord, fredda, distaccata per i suoi gusti. Si è sentito tradito da coloro che lo etichettavano come traditore, non ebbe mai modo di riconciliarsi, di riappacificarsi con l’ambiente giallorosso: né un ruolo dirigenziale, nemmeno un ruolo all’interno dello staff. Il suo sogno era allenare i bambini, per fargli crescere con la passione genuina nel tirare un calcio al pallone, perché era quello che credeva veramente. Niente: era semplicemente considerato come un ex giocatore della Roma. Non si scoraggiò, fondò una piccola scuola di calcio a San Marco. Era deluso dagli altri, ma era contento.

L’immagine è  quella di un esiliato, che lascia nella sua patria affetti, amici, ricordi, la sua vita insomma; fa di tutto per riottenerla e invece viene ignorato. Lui questo non riuscì mai ad accettarlo nemmeno dopo il ritiro dal mondo del calcio: la mattina del 30 maggio 1994, impugna la sua calabro 38 e spara un colpo dritto al cuore. In molti hanno creduto ad una beffarda coincidenza, un sincronismo ricercato e voluto tra la finale del 1984 e il suicidio: stessa data, dieci anni più tardi, dai riflettori dell’Olimpico che illuminano un 29enne all’apice della carriera, al silenzio, alla malinconia che lo attanagliavano, a 39 anni, e lo distruggevano.  Da quel momento in poi il 30 maggio verrà ricordato dai tifosi romanisti non più per quella rocambolesca partita, ma per la sua scomparsa. Ho scelto volontariamente di non parlare troppo della sua carriera, di non descrivere il ruolo che aveva in campo, delle sue splendide punizioni e dei suoi interventi energici in mezzo al campo. Ho semplicemente voluto raccontare di un uomo che si celava dietro la sagoma di un calciatore…

Caro Ago,
è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di
pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto
 –  scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati
e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi
da tantissime persone  –  che penso e ripenso a queste
poche righe.
E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere
davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per
una volta pubblicamente, solo da figlio.
Quanto mi manchi papà.
In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza
a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza.
In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i
piccoli segni dei giorni estivi di festa.
Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da
cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il
costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi
l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca
subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra
tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione
galleggiare incerto di sopra.
Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il
sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni
qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo
tutto questo non mi viene naturale. Non più come
prima.
Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi
di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i
nostri anni più belli.
Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata
nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni
tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze,
dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle
partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre
diverse.
Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano
di una normalità che  –  forse perché negata  –  avrei desiderato
tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena
di un’estate immobile.
Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente
ogni secondo per tutta la mia vita.
Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del
terrazzo.
Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per
mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da
mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci
che non avevi capito nulla.
Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata
rotonda all’altezza della seconda fascia.
Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo
nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella
chiglia fredda di zinco.
Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato
a tornare in qualche modo in quello stadio grande
con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi
partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava
plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO
AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso
la mia gelosia di bambino.
Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso
penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime
persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del
Capitano  –  a riguardarla adesso quella serenità  –  ci sia stato
qualcosa di inconsciamente innaturale.
Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore
assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di
tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante
hai fatto quel 30 di maggio Ago.
Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in
avanti, l’unico.
Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un
giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano
per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno
visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli
giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube
e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook.
Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci
anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi
sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero.
Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata
dentro quella data, ecco. Come la depressione che
ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area
di rigore.
Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci
che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato
a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio.
Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di
una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima
partita di calcio?
E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a
casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che
nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione
lieve di malessere ti stritolava.
Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla,
papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di
sempre.
Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli
che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso
un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero,
non superbo.
Solo riservato.
Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e
ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria
seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio,
e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno.
Quello delle domeniche in barca per andare a pesca.
Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per
insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento
contano alla stessa maniera.
Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere
i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con
Gianmarco mi portava a scuola.
Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori
per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il
primo bacio.
Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il
vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché
ho conosciuto tutto il suo amore.
Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una
volta. 

[Luca Di Bartolomei, figlio di Agostino]

Giovanni Sgobba

Annunci
Published in: on maggio 30, 2011 at 11:25 pm  Comments (1)  

E’ tempo di addii

E’ tempo di addii. Un’altra colonna decennale del tempio milanista cessa di essere elemento portante per quel processo di restauro, inevitabilmente iniziato qualche stagione fa,  che porta a fare delle scelte andando oltre riconoscenze e rapporti affettivi. Andrea Pirlo e il Milan si separano consensualmente dopo 10 anni in cui hanno vissuto un rapporto di simbiosi, crescendo e maturando insieme, gioendo numerose volte e ripartendo assieme dopo qualche amara sconfitta. Arrivato al Milan ventiduenne, Pirlo si trasforma da giovane promessa (appellativo che gli andava stretto essendo già nell’Under 21 un leader di assoluto valore) a monumentale giocatore, perno centrale e di assicuro affidamento per allenatori e compagni di squadra. Una garanzia insomma. Insieme a Seedorf è stato lo sgarbo perfetto fatto ai danni dei cugini interisti, troppo frettolosi nel liquidare coloro che poi avrebbero da lì a poco costituito il centrocampo tipo per intere stagioni. Non è un caso che è il reparto con l’età media più alta: difficile prescindere da Pirlo, Seedorf, Ambrosini, Gattuso, pesante lasciarli in panchina quando hanno dato tanto per questi colori e possono ancora dire la loro.

Fenomenale, dietro all’Andrea Pirlo che ammiriamo oggi, è stata l’intuizione di Ancelotti. In una sola estate, precisamente quella del 2002, in quello che al tempo fu un progetto di rilancio del Milan, Carletto lo fece indietreggiare di qualche metro ovvero dalla trequarti, troppa affollata da esteti del calcio come Rui Costa, Rivaldo e a volte Seedorf, alla mediana centrale di centrocampo. Poi si verrà a sapere che l’idea fu scopiazzata da Mazzone, tecnico che allenò Pirlo quando giocava nel Brescia, ma è facile intuire quanto potesse essere rischiosa una scelta del genere, in una società desiderosa di ritornare a vincere e che non avrebbe ammesso sbagli, e soprattutto sacrificando e detronizzando chi in quel ruolo è stato, prima di lui, grande per anni, Demetrio Albertini. Con lui il tecnico fu chiaro: “Ho intenzione di affidare le chiavi del gioco al giovane giocatore bresciano”. E così è nata una nuova carriera per Pirlo, una carriera semplicemente vincente.

Ovviamente gli esordi sono stati traumatici: lui, cresciuto come “un numero 10”, pura fantasia libera da schemi, ha avuto difficoltà nell’imporsi nella nuova posizione dove gli veniva chiesto di creare gioco, avendo però l’obbligo di correre dietro gli avversari, fare filtro e imparare a difendere. Nella prima vera sfida contro un avversario ben organizzato come la Juventus, il Milan si sfilacciò, Pirlo non rese come avrebbe dovuto, dalle sue parti passavano tutti gli avversari, fu una sconfitta su tutti i fronti insomma. Preso questo schiaffo, si rimboccò silenziosamente le maniche, caratteristica che lo ha sempre contraddistinto, e in poco meno di un anno perfezionò e fece propri tutti i vari automatismi, i vari schemi e le innumerevoli tattiche che Ancelotti dispensava, arrivando a prendersi una dolce rivincita proprio contro la Juventus, vincendo una preziosa Champion’s League.

La consacrazione. Da lì in poi non si sarebbe potuto immaginare un Milan competitivo senza la sua presenza in campo, raggiunse infatti quota 52 presenze in una sola stagione (nell’anno 2006/07, record per un giocatore del Milan), ogni pallone che toccava era il preludio ad una verticalizzazione pronta ad essere sfruttata dai vari attaccanti, Ancelotti  modellava il resto della squadra attorno alla sua figura, alla maglia numero 21, lui incredibilmente riusciva a trovare calma serafica e lucidità, magari dopo aver vinto un contrasto contro l’avversario, per ragionare e optare per la scelta più giusta, la più spettacolare. Una sicurezza imprescindibile: ricordo infatti un curioso aneddoto. Fasi finali della stagione 2003/04, il Milan era ormai prossimo alla conquista del tricolore e in una partita inchiodata, difficile da sbloccare, guadagna un calcio di rigore. Pirlo, per turnover, era in panchina in quel match, ma Ancelotti fidandosi solo del suo primo rigorista, ordina immediatamente un cambio per fargli battere il penalty. E ovviamente andò a segno.

Era a tutti gli effetti il padrone del campo: visione di gioco totalizzante, con i suoi lanci millimetrici e sopraffini poteva essere ovunque, ai suoi compagni bastava creare un movimento e potevano star certi che il pallone sarebbe giunto proprio sulla loro testa: così sono stati confezionati tantissimi goal, uno bellissimo nella finale di Supercoppa Europea contro il Siviglia, lancio di Pirlo che pesca Jankulovski e tiro al volo. Un passaggio, un inserimento ed una rete. Straordinaria semplicità.

In quello che ha fatto non è mai stato banale, ha sempre provato a superare se stesso soprattutto in quella che era la sua “specialità di casa”, i calci di punizione. Ad interno a giro, sopra la barriera, con la “maledetta” o l’”ascensore”. Varianti evolute con un unico obbiettivo: quando prendeva la palla e se la sistemava con cura maniacale alla ricerca della valvola, nel portiere avversario già maturava l’idea di dover raccogliere la sfera in fondo alla rete.

Ha vinto tutto ciò che era possibile accumulare, e lo ha fatto da protagonista. Nel Mondiale del 2006 in Germania, forte della leadership ottenuta nella squadra rossonera, si è laureato, con la Nazionale, campione del mondo a pieni voti: verranno ricordate le parate di Buffon o i goal di Materazzi, l’urlo di Grosso o le chiusure perfette di Cannavaro, fotogrammi straordinari che occuperebbero però solo alcune pagine di un album memorabile e storico. Tutte le altre pagine sarebbero monotematiche: a mio parere lui è stato il vero elemento prezioso di quella vittoria. Intere partite senza sbavature, una tranquillità nel comandare da far imbestialire gli avversari, e poi i suoi soliti, tantissimi assist, le sue finte di corpo e anche un goal, il primo dell’avventura tedesca, contro il Ghana. Bisogna aspettare una vittoria al Mondiale per vederlo finalmente piangere, per vederlo finalmente levare quella maschera inespressiva, pacata, che sembra non trasudare emozioni e a sua volta non darle. Ma le emozioni, ed è un termine fin troppo eufemistico per chi mi conosce, lui sa come farle trasmettere. Sa come farsi spontaneamente applaudire, sa come attirarsi gli elogi, e ha saputo  innalzarsi sul trono di re indiscusso in quel ruolo. La sua autorevolezza sul campo se l’è conquistata con la cosa più ovvia ed elementare, attraverso il suo destro cristallino, puro, inimitabile. Parreira, ex tecnico del Brasile, arriva a nominarlo il “Zico davanti alla difesa”, e nonostante il calderone di talenti che il Brasile sforna, lui, quel giocatore che si è fatto le ossa tra i campetti bresciani, l’avrebbe proprio voluto averlo.

Però…ci sono dei però. Non è un caso, purtroppo, che sviluppando questo articolo, abbia parlato quasi ed esclusivamente al passato. Il giocatore osannato e protetto dagli dei del calcio, ad un certo punto, si è smarrito. La lampadina della sua genialità è andata pian piano affievolendosi. Ultimi lampi sono state le vittorie in Europa e nel Mondiale per Club tra gli anni 2007 e 2008, sintomi di resurrezione dopo gli avvenimenti di Calciopoli. Ma poi il Milan inizia a non girare più: fatiche, successi e appagamenti, inclinano l’animo trionfante dei Rossoneri. Ovviamente a subire maggiormente il contraccolpo è chi ha sempre retto sulle proprie spalle il gioco di tutta la squadra:  a turno i vari Rivaldo, Rui Costa, Kakà, Sheva, quelli che lo hanno supportato nel corso degli anni, abbandonano la nave, lui è ancora lì in mezzo al campo, ma non può più essere lo stesso. Lui che non ha mai avuto un fisico da puro incontrista, fatica dannatamente in quel ruolo, arranca sui troppi compiti difensivi che non spetterebbero solo a lui e non brilla più nemmeno in quello che gli era vitale come un respiro. Mancano le motivazioni e gli infortuni, poi, incorniciano il tutto. Allegri l’aveva intuito: il suo intento era ridare a Pirlo la voglia di giocare, di non limitarsi al compitino scolastico, voleva essere il “nuovo Ancelotti” e per questo aveva intenzione di riproporlo come laterale a centrocampo, quel ruolo di regista decentrato che, ironia della sorte, ha poi rilanciato Seedorf.

Il Milan e Pirlo a fine stagione hanno capito. Quando la tua squadra vince un campionato, senza il tuo apporto (un solo goal, magnifico, contro il Parma), ti senti inevitabilmente estraneo, fai fatica ad assimilare come anche merito tuo questo successo. Se passi da giocatore insostituibile a ruolo di comprimario, avverti la difficoltà di rilanciarti e di riaffermarti, ed è per questo che dopo 10 anni splendidi, una vita calcistica gratificante, Pirlo ed il Milan si salutano. Un’ultima partita ancora da giocare e poi inizierà una nuova avventura, sperando di non dover più parlare al passato…

Giovanni Sgobba

Published in: on maggio 20, 2011 at 11:25 am  Lascia un commento  

Reggae ‘n’ Soccer

Calcio e musica: due passioni differenti, ma due mondi affini che si coinvolgono a vicenda, due rifugi dove ritrovare pace e cercare nuovi stimoli, due sfaccettature di un’unica arte. Due lingue che, se non contaminate dal moderno,corrotte dal capitalismo, possono essere portatrici di messaggi forti.  Oggi, 11 Maggio 2011, si ricorda la scomparsa, avvenuta 30 anni fa, di colui che ha fatto della musica la sua vocazione e del calcio il suo diletto, la sua passione. Un piccolo omaggio a chi invece è stato gigante, a chi il termine “musicista” andrebbe troppo stretto, a Bob Marley. Lui non ha lasciato un testamento, non ne sentì il bisogno: i suoi messaggi d’amore, di pace, di rispetto e disciplina, d’ammonimento verso il male, contro il razzismo, sono incisi nella sua musica, in quel genere musicale che viene spesso canticchiato e raramente vissuto nella sua profonda essenza. Aneddoti, storielle più o meno plausibili si intrecciano attorno alla sua immagine, il mito si insinua tra i dati storici, confondendoli e confondendoci e proprio attorno alla sua morte sono state tramandate differenti versioni. Quella più “popolare”, lasciatemi passare il termine, è quella che vuole che sia deceduto per overdose: una ovvia conclusione, penserebbero quei molti che sono soliti ad associare sbrigativamente la cultura dell’universo Reggae e del Rastafarianesimo all’uso eccessivo di marijuana. La sua vita non è mai stata improntata sull’eccesso: non si sarebbe mai permesso di tradire quei precetti morali, quel rigorismo religioso che lui stesso diffondeva attraverso la musica, l’unica cosa veramente “eccessiva”.

Invece curiosamente, forse è stato proprio il calcio ad ucciderlo. Partiamo da quello che è l’accaduto più vicino alla realtà: nel 1977 scoprì di avere un tumore all’alluce destro, che non venne mai curato in quanto la sua religione non consentiva l’amputazione degli arti per rispetto dell’integrità del corpo. I dubbi nascono attorno alle cause che gli hanno procurato tale malattia e il calcio, il pallone sembrano essere comuni denominatori: forse una partitella giocata a Parigi tra giornalisti francesi e i suoi “frattelli-amici” The Wailers, nella quale rimediò un duro colpo al piede, oppure un’altra partita precedente dove, si dice, un suo amico gli lacerò l’alluce con un tacchetto arrugginito.

Quel che è sicuramente certo è che Bob vedeva nel calcio una forma di espressione autentica, genuina come quel luogo povero e semplice che è la Jamaica. Disse: “ Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione…” Per questo quando giocava, si racconta, non aveva un ruolo preciso, non pensava agli schemi, non pensava a nulla, giocava per il gusto semplice di calciare un pallone e condividere momenti spensierati della giornata con gli amici.

Si spense l’11 Maggio del 1981 e fu sepolto vicino a Nine Mile, riabbracciando quel luogo che lo vide nascere e dal quale Bob mai si separò e mai gli voltò le spalle. Si portò con se una chitarra, una piantina di marijuana, una bibbia ed un pallone: la sua esistenza racchiusa in quattro oggetti semplici. Semplice come l’ultima frase sussurrata al figlio I soldi non comprano la vita” ed è facile intuire ed immaginare che il calcio di oggi, dell’era moderna, di Babilonia e del Dio Denaro avrebbe certamente detto, di sicuro non gli sarebbe piaciuto…

Ad un amico,

Giovanni Sgobba.

Published in: on maggio 11, 2011 at 10:59 pm  Lascia un commento  

E’ qui la festa…

Milan Campione d’Italia 2011. Una frase semplice, diretta che non ammette dei “se” o dei “ma”, bisbigliata fino a sabato sera, quando, con la certezza matematica ottenuta pareggiando all’Olimpico, tutti i tifosi e i protagonisti principali hanno potuto finalmente gridarla. L’ultima grido risale al maggio di 7 anni fa: anche allora la squadra allenata da Ancelotti poté festeggiare la conquista del titolo nazionale proprio contro la Roma, proprio alla terzultima giornata. 7 anni da un successo all’altro, tanti per questo calcio moderno che corre, si evolve annualmente e non ti aspetta. In mezzo lo scandalo di Calciopoli, gli ultimi sussurri d’orgoglio con le vittorie internazionali, poi la fine di un ciclo con gli addii di Ancelotti, Maldini, Costacurta, Rui Costa, Kakà, Shevchenko per citare quelli emotivamente più “dolorosi”, e poi soprattutto il dilagante dominio dell’Inter, straripante su tutti i fronti, specialmente nella stagione scorsa. Un peso, che stando alla stessa ammissione di Galliani e Gattuso, si stava facendo troppo ingombrante e frustrante: difficile digerire il sorpasso nella classifica iridata di campionati vinti, difficile capacitarsi di una situazione mutata, stravolta nel giro di un paio di anni, catapultati dall’olimpo dei dominatori alla schiera degli eterni secondi. Questa vittoria ha un suo fascino particolare anche per tale motivo, perché il Milan lo scudetto  l’ha scucito, strappato, proprio dal petto dei cugini che tenacemente, nonostante la burrascosa prima parte di stagione, hanno provato a difenderlo, salvo poi cedere di schianto nel derby-scudetto quando invece, stando a -2 dai rossoneri, sembrava già tutto pronto per il sorpasso in classifica con tanto di beffa perché compiuto da un ex milanista come Leonardo.

La parola rivincita non è mai stata proferita da nessun elemento rossonero, ma non è un caso che quel qualcosa in più è stato dato proprio da coloro che erano presenti 7 anni fa e che sentivano in maniera maggiore rispetto agli altri compagni il dovere di riconquistarsi onore e gloria. Tra questi c’è Abbiati, da un paio di anni ritornato alla base rossonera, giunto nella piena maturità, ha sputato fuori dalla porta palloni su palloni; poi ci sono Nesta, Gattuso e Ambrosini che, nonostante i soliti problemi fisici, hanno smontato sistematicamente le consuete critiche che li etichettavano come giocatori bolliti, e poi c’è Seedorf. Sull’olandese si potrebbero scrivere infiniti epinici celebrativi: raramente si è mai assistito ad un rapporto così conflittuale, ma al tempo stesso romantico tra un giocatore e la sua tifoseria, come accade tra l’olandese e la curva Sud. E’ un amore capriccioso, sembra sempre sul punto di spezzarsi, ti fa imbestialire per quanti palloni può perdere durante una partita, ma non finirai mai di ringraziarlo, e di elogiarlo per la sua infinita classe e umanità. Divenuto lo straniero con più presenze in assoluto nel Milan, impari a rispettarlo perché è tra i pochi giocatori che esce dal campo a testa alta anche quando è consapevole di non aver fatto un’ottima prestazione,ma sai che ce l’ha messa tutta; è un allenatore con i tacchetti per quanto parla in campo, e se in tutti gli ultimi successi del Milan l’hanno visto protagonista un motivo ci sarà. Soprattutto nell’ultima parte di stagione è stato il vero trascinatore: ha scoperto una seconda giovinezza, riproposto sulla fascia sinistra come durante la prima era di Ancelotti, ha rivestito un ruolo diverso dal classico laterale di fascia, un numero 10 defilato, quel 10 sulla maglia che ha aspettato anni prima di indossarlo perché apparteneva a Rui Costa. Un “registra in ombra” che infondo rappresenta la sua carriera, mai sopra le righe, mai dichiarazioni fuori luogo, per parlare ha sempre usato il terreno di gioco come foglio sul quale incidere il suo pensiero, con tocchi di classe mai banali.

Il team rossonero è stato autentico padrone del campionato: dopo un inizio lento, difficile e reso ancor più complicato dal numero spropositato di attaccanti, solita pretesa del presidente, che mandava a benedire schemi ed equilibri (pesante sconfitta sul campo del neopromosso Cesena alla seconda giornata, pareggi con Catania e Lazio e stentata vittoria contro il Genoa), Allegri ha imposto la sua personalità, quel modo di giocare forgiato tra i campi provinciali e, senza farsi soggiogare dai nomi illustri che lasciava a turno in panchina, ha messo da parte lustini e champagne, per presentare una squadra grintosa, arcigna e sempre più solida. Divenuta capolista solitaria a partire dall’undicesima giornata dopo la vittoria casalinga per 3-1 contro il Palermo, dal podio non è più scesa, ha deciso quando sferrare i colpi decisivi “taglia-gambe” e ha condotto una seconda parte di stagione con un andamento estremamente regolare e disarmante. Disarmante nel puro significato etimologico del termine perché a turno Napoli ed Inter hanno provato a tirar giù il Milan dal gradino più altro, ma sono state puntualmente sgonfiate,  annichilite nelle sfide dirette, palcoscenici ideali per mettere in risalto la grinta e la voglia di supremazia: quattro vittorie tra andata e ritorno, solamente un goal subito e soprattutto un secco 3-0 nella “stracittadina”, tondo sia nel risultato che nell’andamento del match. Se vogliamo trovare  un punto fermo, a dirla tutta, è stato proprio questo primo posto l’unico filo conduttore che riallaccia il Milan di oggi a quello confuso di inizio stagione o a quello ancor più diverso che si è presentato al giro di boa con nuovi e preziosi innesti (su tutti l’inossidabile Van Bommel e Cassano): infatti durante tutto l’anno si è visto un Milan camaleontico complici i vari infortuni o le varie squalifiche, tanto da risultare complicato e limitativo tracciare una formazione tipo. Da questo Allegri ha saputo trarre linfa rigeneratrice, non si è mai pianto addosso, ha costantemente reinventato schemi utilizzando sapientemente tutti gli uomini a disposizione come doppioni identici di tasselli che vanno a completare il medesimo puzzle: per quasi tutta la stagione è mancato Pirlo, metronomo e faro in mezzo al campo, inamovibile per ogni allenatore, prima d’ora impensabile ottenere un successo senza la sua presenza. Yepes, 34enne gladiatore colombiano giunto a Milanello a parametro zero, si è dimostrato affidabile, sempre pronto quando doveva sostituire uno dei due difensori centrali (se la difesa ha subito solamente 23 goal, di cui 6 solo nel girone di ritorno, è anche per merito suo); a metà stagione è praticamente stato assente tutto il centrocampo titolare ed ecco che il tecnico, come un prestigiatore d’altri tempi, ha estratto dal cilindro due giovani conigli, direttamente dalla Primavera: Strasser classe 90’(goal-vittoria nella difficile trasferta di Cagliari) e Merkel, gioiellino tedesco del 92’ promessa del calcio che verrà. E, soprattutto per l’altisonante ruolo mediatico e calcistico che riveste Ibrahimovic, il Milan è stato capace di sopperire anche all’assenza dello svedese, fuori proprio durante lo sprint finale, ma che ha paradossalmente rinforzato la convinzione di un gruppo voglioso di dimostrare di non essere dipendente da nessuno, e nel quale nessuno si è sentito meno indispensabile rispetto all’altro. Per questo ha vinto il Milan, cinque lettere che sintetizzano la vittoria di un gruppo coeso, trentuno uomini uniti da una stessa maglia e non è la solita sdolcinata retorica tanto abusata in queste occasioni per incensare una squadra vincente: a modo proprio, ognuno si è dimostrato pronto quando è stato chiamato in causa, anche quelli che sono stati spesso in tribuna, come Oddo e Jankulovski, si sono sentiti parte integrante di un progetto che per giungere all’ambita conclusione doveva contare su delle solide fondamenta e sul massimo apporto di tutti quanti.

 E poi ci sono i meriti di Allegri. E’ la sua vittoria, da allenatore esonerato dal Cagliari a vincitore dello scudetto al primo colpo, come è accaduto ai nobili Sacchi, Capello e Zaccheroni. In una squadra ricca di primedonne e di anarchici del terreno verde, lui ha capito come farsi rispettare semplicemente rispettando a sua volta i giocatori e instaurando con loro un rapporto dapprima umano e poi professionale. Più facile da dirsi che a farsi ovviamente, ma dimostrandosi sempre trasparente e leale con tutti, ha sentito lo spogliatoio stringersi sempre più attorno a lui, anche quando all’inizio le cose non andavo per il verso giusto. Non ha mai fatto scelte in base al prestigio che alcuni giocatori si erano guadagnati negli anni passati: è come se li avesse visti allenare, giocare per la prima volta, non conoscendo le vittorie, i trionfi che quei nomi si portano dentro. Ha dato a tutti loro delle possibilità, da Papastathopoulos a Ronaldinho, tenendoli sempre motivati e creando quella sana competizione all’interno dello spogliatoio che spinge i giocatori a superarsi costantemente. Gioca chi se lo merita: è così che ci si guadagna rispetto, ed è così che si può creare una base per costruire un solido futuro.

Per ora il futuro può attendere, sul dolce e meraviglioso presente si sono tessuti elogi, manca una piccola menzione per il passato, nello specifico per Leonardo.  La sua scelta di passare dopo nemmeno 6 mesi sulla panchina dei rivali cugini, si sa, non è piaciuta a molti. Avrà sicuramente commesso errori nella gestione della squadra l’anno passato, il Milan di oggi per differenza di mentalità e schemi non ha molto con il “suo” Milan fantasia, ma è stato l’allenatore del cambio era, del post Ancelotti che ha vinto e stravinto tutto, ed è stato quello che ha creduto negli acerbi Abate ed Antonini e puntato su Thiago Silva, oggi tra i quattro-cinque difensori più forti in assoluto. Senza sfottò o spirito di rivalsa, un piccolissimo pezzo di scudetto, è anche per merito suo…

Giovanni Sgobba.

Published in: on maggio 11, 2011 at 11:48 am  Lascia un commento  

Eric Abidal: storia di una vittoria contro il tumore

Tra gli innumerevoli episodi che la storia del “Clasico”, eterno palcoscenico di infinite sfide, battaglie, sfottò e colpi di genio tra Real Madrid e Barcellona, ci ha tramandato, verrà ricordata anche un’altra storia, una partita nella partita, tutta intima e personale, vinta, anzi stravinta da Eric Abidal.

Siamo agli sgoccioli del match, semifinale di ritorno di Champion’s League (per la cronaca finita 1-1 con qualificazione alla finale dei blaugrana dopo il 2-0 dell’andata), il Barcellona gestisce la palla, si aspetta solo il fischio finale e nella mente dei tifosi sembrano esser scongiurati altri clamorosi colpi di scena. Ma arriva l’ultimo, il più dolce, il più commuovente, quello che ti fa venire la pelle d’oca: Guardiola, fine allenatore, ma anche uno che cura e bada a questi aspetti “umani” (ricordiamo la dedica che fece a Paolo Maldini, appena vinse la Champion’s o i gesti di stima e rispetto nei confronti di Baggio quando giocò nel Brescia),da buon regista sentimentale prepara l’happy ending. Sa che è il momento giusto e ordina un cambio, inatteso: se ad uscire è il capitano Puyol, leader che solitamente abbandona per ultimo il terreno di gioco, intuisci che sta per accadere qualcosa di speciale, e il pubblico stupito del Camp Nou lo capisce e accompagna, con un boato assordante di applausi e di incitamenti, l’ingresso in campo del francese Eric Abidal. 46 giorni ed è nuovamente con le scarpette da calcio ai piedi. Solamente 46 giorni dopo l’operazione chirurgica necessaria per asportagli un tumore al fegato.

E’ il 15 marzo quando si diffonde la notizia e, rileggendo gli articoli scritti durante quel periodo, era impensabile immaginare e ipotizzare quanto poi è realmente successo. Sin da subito Eric riceve calorosi abbracci e numerosi attestati di stima da parte di tutto il mondo del calcio; la sua “famiglia calcistica”, il Barcellona, gli sta costantemente accanto (“mas que un club” è lo slogan inciso tra i seggiolini dello stadio) e insieme decidono che l’operazione va fatta immediatamente. Due giorni dopo, infatti, Abidal affronta la sfida più importante della sua vita, e non la gioca sul rettangolo verde, ma sul letto di una sala operatoria. Operazione che dura circa 3 ore, 180 min: lui che, prima nel Lione e poi con la camiseta blaugrana, ha vissuto spesso da protagonista partite di questa durata tra andata e ritorno, si gioca adesso i “suoi” 180 min, i più preziosi. E ne esce vincitore.Tutto passerebbe in secondo piano, chiunque si concentrerebbe su se stesso per recuperare serenità ed energie, ma Eric non molla per un istante l’idea di abbandonare il calcio.

Terzino silenzioso in campo, nelle sue proiezioni offensive ha condiviso quel lato sinistro del campo con giocatori quali Ronaldinho, Henry, Iniesta, Messi e Villa, e solo uno come lui, che ha voglia di correre, ha energia e fiato, può sentirsi in grado di essere valida spalla a questi signori del calcio. Anche questa volta ci mette il fiato e l’entusiasmo e ricomincia a correre e corre ancor di più, come un ciclista che intravede il traguardo e, tenendo basso il capo, capisce che non è il momento di rallentare e decide di pedalare forsennatamente. Anche lui ha bruciato tappe e frantumato record su record: un recupero lampo con l’obbiettivo di rivedere al più presto la luce in fondo al tunnel, quella luce del Camp Nou, del suo stadio. Una rinascita per Abidal, un secondo esordio come giocatore che, coincidenza, avviene sotto la pioggia, la stessa pioggia raccontata e descritta da Manzoni come purificatrice, che lo libera da 46 giorni di turbamenti e di dubbi, nuovamente pronto per ricominciare a correre.

Giovanni Sgobba

Published in: on maggio 5, 2011 at 2:41 pm  Lascia un commento  

Un biscione per amico

Recentemente,in particolare dopo la debacle europea con lo schalke,ho ricevuto tanti messaggini,volgari e non,di sfottò da parte di cugini milanisti e amici juventini.Ce ne hanno dette tante,ma più parlavano più mi rendevo conto del mio orgoglio e della mia fede nerazzurra.E ho capito che sono più fiero di questi colori ora che di un anno fa quando tornavamo sul tetto d’europa dopo 45 anni;sapete perché?perchè essere interisti significa tante cose,significa saper soffrire(tanto) e gioire(poco).Io ho visto le pagine più buie e quelle più luminose ma sono fiero di una cosa:io sono tifoso dell’Inter,tutto il resto è noia.

Mi presento,mi chiamo Massimo Lancianese,aspirante scrittore e fedele sostenitore di una squadra che parafrasando ciò che disse Wilde riferendosi alle donne:”è impossibile da capire,si può solo amare.”

La stagione volge ormai alla conclusione,una stagione piuttosto amara per questi colori,che sembrava iniziata bene,poi c’era stato il primo crollo,poi la prima risalita ed ancora una volta siamo crollati sotto i colpi dei non formidabili minatori di Gelsenkirchen che in una sola,maledetta serata hanno camminato sui cocci dell’Inter leggendaria,dell’Inter della tripletta!Si ho detto tripletta perché non capisco l’uso di un termine spagnolo quando ne abbiamo uno noi più bello!Scaramucce linguistiche a parte sembra quasi di aver fatto un salto indietro di qualche anno,alla vecchia,terrificante Inter pre-calciopoli,capace di serate pazzesche(vedi Monaco di Baviera,Pandev 87°minuto) e altre serate altrettanto pazzesche ma in senso negativo..Peccato perché il rimontone ai danni dei boriosi cugini sarebbe stato molto gustoso da vedere e anche un eventuale bis in Champion’s non sarebbe stato male.Le lacune però prima o poi emergono e se sino a quel punto si era riuscito un po’ a nasconderle grazie ai singoli e a Madama fortuna,in quella sciagurata settimana tutti i problemi e i veleni di una stagione sono esplosi lasciando uno scenario postapocalittico ad Appiano Gentile.Credo però,che occorra analizzare bene e a mente fredda ciò che è successo e soprattutto le prospettive future,senza dimenticare una certa coppa Italia che personalmente vorrei vincere.E allora inizierei dal capitolo allenatore:stagione travagliata,prima il buon Benitez che in quei pochi mesi ha mostrato molto dei lati negativi che hanno costretto il Liverpool a mandarlo via e poco dei lati positivi sempre del suo Liverpool,squadra discontinua ma capace di imprese memorabili.La colpa è tutta sua?direi di no,la sorte si è messa di mezzo e non scordiamoci che forse neanche il comandante Mou avrebbe fatto meglio con Obi e Natalino in campo..Però il tecnico spagnolo ci ha messo del suo imponendo prima il suo enorme e dispendioso staff tecnico,e poi lamentandosi dei mancati acquisti da parte della società..Certo è facile dire ora che Benitez aveva ragione ma ragioniamo un attimo,secondo voi quando l’Inter lo ha contattato non ha menzionato il fatto che il mercato sarebbe stato povero?I casi sono due,o la società ha promesso e non mantenuto,o Benitez vistosi in difficoltà ha cercato di scaricare la colpa altrove.Dov’è la verità?Come diceva Aristotele “la verità sta sempre nel mezzo” e forse questo caso non fa eccezione.C’è un concorso di colpa ma non credo che la decisione di cacciarlo sia stata sbagliata anzi;semmai l’errore è stato a monte nello scegliere un determinato tipo di tecnico,forse si poteva optare subito per qualcuno più giovane,con idee nuove e voglia da vendere.A gennaio sembrava che tutte le domande avessero trovato risposta in Leonardo:bello,giovane e pure ex-milanista,tanto da fare un bello sgarbo ai cugini.All’inizio è andato tutto bene,poi sul più bello c’è stato il crollo.Ma le avvisaglie che la struttura non era stabile c’erano già state e anche tante;basti pensare ai disastri difensivi col bayern e ai tanti gol presi in campionato.Certo alla fine abbiamo sempre vinto,ma non si può pensare che vada sempre tutto bene.Sicuramente nelle partite con Milan e Schalke è andato tutto male,forse troppo male ma da una società come la nostra mi aspettavo qualcosa di più.Mi è sembrato di rivedere nelle dichiarazioni al miele di Moratti su Leo certe sviolinate fatte all’epoca al Mancio..No così non si va da nessuna parte,si torna indietro.Se Leo sbaglia,Leo paga.E di errori ne ha fatti parecchi e non si può dare la colpa di tutto alla stanchezza:tutte le squadre sono stanche e poi gli orrori difensivi mostrati con lo Schalke non sono sintomo di stanchezza..

Le prospettive per il futuro sono alquanto nebulose,credo che prima di tutto vada chiarita la posizione di Leonardo che va verso una riconferma.Che sia giusta o no ce lo dirà il campo,io credo che serva un allenatore nuovo,con più carisma,più polso;il mio sogno è Walter Zenga che potrebbe scrivere una grande favola,leggenda da giocatore e da allenatore.Poi occorre valutare bene la rosa,vedere se è il caso di vendere qualcuno(vedi Maicon)forse con carenza di motivazioni e qualche limite d’età.Speriamo che il nostro presidente ci regali un paio di bei colpi,io consiglierei il già noto Sanchez e prenderei un paio di giovani centrocampisti niente male,come Nuri Sahin del Dortmund o Sissoko del Tolosa.Sempre sperando che Muntari non torni.

Ma alla fine,la cosa importante è esserci sempre,col cuore e anche col cervello a sostenere una squadra splendida capace di tutto,di vittorie memorabili e di sconfitte disastrose.Ma noi l’amiamo proprio per questo!

Forza Inter!

Il vostro

                                                                                                                                                Massimo Lancianese.

Published in: on maggio 3, 2011 at 8:25 pm  Lascia un commento  

I grandi del passato.Capitolo due:Bill Shankly

Da appassionato di calcio inglese e soprattutto ammiratore del Liverpool, vi parlo di una figura leggendaria per la storia di questo club. In ogni match casalingo, tra i tifosi della Kop, sventola una grande bandiera con il viso di un uomo. Mi domandai chi fosse. E capii che raffigurava la stessa persona a cui è dedicata una statua bronzea appena fuori dallo Stadio (lettera maiuscola d’obbligo visto che si parla di Anfield), quella stessa persona a cui è intitolato, come riporta una effige sulla murata esterna, uno degli ingressi, anzi il più celebre degli ingressi, quello con su la scritta “You’ll never walk alone”. Si chiama Shankly’s gate in onore di Bill Shankly per l’appunto. Perché così tanto rispetto e “devozione” per quest’uomo, pensai?La risposta è più semplice di quanto si possa immaginare: lui è il Liverpool. Niente di più, niente di meno. Il Liverpool immortale, quello per cui le partite non finiscono al 90’, ma al 93’e oltre, quella squadra che si è guadagnata il rispetto oltre i confini del Merseyside e oltre i confini della Manica grazie ai numerosi titoli nazionali ed internazionali. Questo Liverpool l’ha forgiato lui: prima era la seconda squadra della città dopo l’Everton, era una squadra altalenante che passava dalla prima alla seconda divisione, che vinse qualche titolo isolato e che dovette affrontare a metà anni 50’, il periodo più buio e disastroso della propria storia, rimanendo per 8 anni relegati nella seconda divisione. A metà di questi 8 anni arriva dalla Scozia, William Shankly, manager che rivoluzionò il modo di giocare ed allenare, con un paziente e accurato lavoro di ricostruzione e di tutela e di crescita dei giocatori sul terreno di gioco e fuori dal campo. Proveniente dalla working class scozzese, Bill nacque nel 1913 a Glenbuck, piccola città di minatori, e da questo paese, da questo modo di vivere ereditò il suo essere, il suo modo di insegnare e di vedere il calcio non come uno sport nel quale trionfa il singolo. Per lui non c’erano individualità, nessuno era superiore all’altro, tutti erano obbligati ad avere un solo scopo in mente: il bene del Liverpool doveva essere superiore alla fama e alle ricchezze personali. A Tommy Smith, difensore che protesse il bastione “reds” per quasi vent’anni, dirà: “…levati quella ridicola garza, e poi cosa vuol dire “il tuo” ginocchio? È il ginocchio del Liverpool!”.

Ci mise 3 anni per riportare la squadra in prima divisione, per poi rimanerci stabilmente e costruendo la propria storia; sin da subito il Liverpool ritornò sul tetto inglese, conquistando il sesto titolo nazionale, dopo ben 17 anni. Da lì in poi, anno dopo anno, hanno dovuto sistematicamente allargare la bacheca dei trofei: altri 2 titoli nazionali, prima vittoria nella Coppa d’Inghilterra (ne vincerà anche una seconda), 3 Community Shield, 1 Coppa delle Coppe e soprattutto il primo titolo europeo, la Coppa Uefa , vinta contro il Borussia Monchengladbach, che segnerà la strada di dominio internazionale nell’era successiva. 15 anni in tutto, poi abdicherà in favore di Bob Paisley, suo allievo, che consoliderà la leadership su campo internazionale. Pur avendo vinto di meno rispetto al suo successore, in Shankly c’è il merito per aver dato una nuova vita ad una società che era priva di identità, priva di autostima.

Lui è il Liverpool, si sentiva di Liverpool, era orgoglioso se veniva chiamato “scouser” (abitante di Liverpool), casa sua era Anfield, come tenne a sottolineare quando un giorno dovette scrivere l’indirizzo della sua abitazione, e i “Kopites”, i tifosi della Kop, erano la sua famiglia, i suoi fratelli. Con loro si instaurò sin da subito una magica empatia, lui si sentiva uno di loro che però guardava la partita a bordo campo e non dagli spalti, e come avrebbe fatto un vero tifoso, se c’era da parlar male dell’Everton, di certo non si tirava indietro. Per i “Toffees” quelli furono anni pesanti, dovendo sopportare non solo il predominio dell’altra squadra, ma soprattutto dovendo reggere l’imponente  personalità di Shankly che con modo schietto e diretto, ma mai offensivo riusciva a smontarli sempre: arrivò a dire che in città c’erano solo 2 squadre: il Liverpool e le riserve del Liverpool. Per questi motivi la sua statua non è stata eretta in un punto qualsiasi attorno allo Stadio, ma proprio lì, sotto quella Kop che lo “adottò” calorosamente . Infatti, troppo legato emotivamente al club, non riuscì ad allenare altre squadre e a staccarsi da Liverpool dove morì nel 1981 per un attacco di cuore. Ci rimane il ricordo di una leggenda straordinaria nel suo essere ordinaria,semplice ed umile, che basò il suo successo sul dialogo, sul rapporto umano tra calciatori, manager e staff tecnico e che portò il Liver, uccello mitologico, simbolo della città e del club, a volare nuovamente.

Bill Shankly l’aveva detto:“Vorrei soprattutto essere ricordato come uno mai egoista, come uno che si è preoccupato di dividere la gloria con gli altri, e che ha formato una famiglia di persone che camminano a testa alta dicendo «Noi siamo il Liverpool»…”.

Giovanni Sgobba.

Published in: on maggio 2, 2011 at 1:42 pm  Comments (1)