I grandi del passato.Capitolo due:Bill Shankly

Da appassionato di calcio inglese e soprattutto ammiratore del Liverpool, vi parlo di una figura leggendaria per la storia di questo club. In ogni match casalingo, tra i tifosi della Kop, sventola una grande bandiera con il viso di un uomo. Mi domandai chi fosse. E capii che raffigurava la stessa persona a cui è dedicata una statua bronzea appena fuori dallo Stadio (lettera maiuscola d’obbligo visto che si parla di Anfield), quella stessa persona a cui è intitolato, come riporta una effige sulla murata esterna, uno degli ingressi, anzi il più celebre degli ingressi, quello con su la scritta “You’ll never walk alone”. Si chiama Shankly’s gate in onore di Bill Shankly per l’appunto. Perché così tanto rispetto e “devozione” per quest’uomo, pensai?La risposta è più semplice di quanto si possa immaginare: lui è il Liverpool. Niente di più, niente di meno. Il Liverpool immortale, quello per cui le partite non finiscono al 90’, ma al 93’e oltre, quella squadra che si è guadagnata il rispetto oltre i confini del Merseyside e oltre i confini della Manica grazie ai numerosi titoli nazionali ed internazionali. Questo Liverpool l’ha forgiato lui: prima era la seconda squadra della città dopo l’Everton, era una squadra altalenante che passava dalla prima alla seconda divisione, che vinse qualche titolo isolato e che dovette affrontare a metà anni 50’, il periodo più buio e disastroso della propria storia, rimanendo per 8 anni relegati nella seconda divisione. A metà di questi 8 anni arriva dalla Scozia, William Shankly, manager che rivoluzionò il modo di giocare ed allenare, con un paziente e accurato lavoro di ricostruzione e di tutela e di crescita dei giocatori sul terreno di gioco e fuori dal campo. Proveniente dalla working class scozzese, Bill nacque nel 1913 a Glenbuck, piccola città di minatori, e da questo paese, da questo modo di vivere ereditò il suo essere, il suo modo di insegnare e di vedere il calcio non come uno sport nel quale trionfa il singolo. Per lui non c’erano individualità, nessuno era superiore all’altro, tutti erano obbligati ad avere un solo scopo in mente: il bene del Liverpool doveva essere superiore alla fama e alle ricchezze personali. A Tommy Smith, difensore che protesse il bastione “reds” per quasi vent’anni, dirà: “…levati quella ridicola garza, e poi cosa vuol dire “il tuo” ginocchio? È il ginocchio del Liverpool!”.

Ci mise 3 anni per riportare la squadra in prima divisione, per poi rimanerci stabilmente e costruendo la propria storia; sin da subito il Liverpool ritornò sul tetto inglese, conquistando il sesto titolo nazionale, dopo ben 17 anni. Da lì in poi, anno dopo anno, hanno dovuto sistematicamente allargare la bacheca dei trofei: altri 2 titoli nazionali, prima vittoria nella Coppa d’Inghilterra (ne vincerà anche una seconda), 3 Community Shield, 1 Coppa delle Coppe e soprattutto il primo titolo europeo, la Coppa Uefa , vinta contro il Borussia Monchengladbach, che segnerà la strada di dominio internazionale nell’era successiva. 15 anni in tutto, poi abdicherà in favore di Bob Paisley, suo allievo, che consoliderà la leadership su campo internazionale. Pur avendo vinto di meno rispetto al suo successore, in Shankly c’è il merito per aver dato una nuova vita ad una società che era priva di identità, priva di autostima.

Lui è il Liverpool, si sentiva di Liverpool, era orgoglioso se veniva chiamato “scouser” (abitante di Liverpool), casa sua era Anfield, come tenne a sottolineare quando un giorno dovette scrivere l’indirizzo della sua abitazione, e i “Kopites”, i tifosi della Kop, erano la sua famiglia, i suoi fratelli. Con loro si instaurò sin da subito una magica empatia, lui si sentiva uno di loro che però guardava la partita a bordo campo e non dagli spalti, e come avrebbe fatto un vero tifoso, se c’era da parlar male dell’Everton, di certo non si tirava indietro. Per i “Toffees” quelli furono anni pesanti, dovendo sopportare non solo il predominio dell’altra squadra, ma soprattutto dovendo reggere l’imponente  personalità di Shankly che con modo schietto e diretto, ma mai offensivo riusciva a smontarli sempre: arrivò a dire che in città c’erano solo 2 squadre: il Liverpool e le riserve del Liverpool. Per questi motivi la sua statua non è stata eretta in un punto qualsiasi attorno allo Stadio, ma proprio lì, sotto quella Kop che lo “adottò” calorosamente . Infatti, troppo legato emotivamente al club, non riuscì ad allenare altre squadre e a staccarsi da Liverpool dove morì nel 1981 per un attacco di cuore. Ci rimane il ricordo di una leggenda straordinaria nel suo essere ordinaria,semplice ed umile, che basò il suo successo sul dialogo, sul rapporto umano tra calciatori, manager e staff tecnico e che portò il Liver, uccello mitologico, simbolo della città e del club, a volare nuovamente.

Bill Shankly l’aveva detto:“Vorrei soprattutto essere ricordato come uno mai egoista, come uno che si è preoccupato di dividere la gloria con gli altri, e che ha formato una famiglia di persone che camminano a testa alta dicendo «Noi siamo il Liverpool»…”.

Giovanni Sgobba.

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Published in: on maggio 2, 2011 at 1:42 pm  Comments (1)  

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  1. complimenti! bell’articolo 😉


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