E’ tempo di addii

E’ tempo di addii. Un’altra colonna decennale del tempio milanista cessa di essere elemento portante per quel processo di restauro, inevitabilmente iniziato qualche stagione fa,  che porta a fare delle scelte andando oltre riconoscenze e rapporti affettivi. Andrea Pirlo e il Milan si separano consensualmente dopo 10 anni in cui hanno vissuto un rapporto di simbiosi, crescendo e maturando insieme, gioendo numerose volte e ripartendo assieme dopo qualche amara sconfitta. Arrivato al Milan ventiduenne, Pirlo si trasforma da giovane promessa (appellativo che gli andava stretto essendo già nell’Under 21 un leader di assoluto valore) a monumentale giocatore, perno centrale e di assicuro affidamento per allenatori e compagni di squadra. Una garanzia insomma. Insieme a Seedorf è stato lo sgarbo perfetto fatto ai danni dei cugini interisti, troppo frettolosi nel liquidare coloro che poi avrebbero da lì a poco costituito il centrocampo tipo per intere stagioni. Non è un caso che è il reparto con l’età media più alta: difficile prescindere da Pirlo, Seedorf, Ambrosini, Gattuso, pesante lasciarli in panchina quando hanno dato tanto per questi colori e possono ancora dire la loro.

Fenomenale, dietro all’Andrea Pirlo che ammiriamo oggi, è stata l’intuizione di Ancelotti. In una sola estate, precisamente quella del 2002, in quello che al tempo fu un progetto di rilancio del Milan, Carletto lo fece indietreggiare di qualche metro ovvero dalla trequarti, troppa affollata da esteti del calcio come Rui Costa, Rivaldo e a volte Seedorf, alla mediana centrale di centrocampo. Poi si verrà a sapere che l’idea fu scopiazzata da Mazzone, tecnico che allenò Pirlo quando giocava nel Brescia, ma è facile intuire quanto potesse essere rischiosa una scelta del genere, in una società desiderosa di ritornare a vincere e che non avrebbe ammesso sbagli, e soprattutto sacrificando e detronizzando chi in quel ruolo è stato, prima di lui, grande per anni, Demetrio Albertini. Con lui il tecnico fu chiaro: “Ho intenzione di affidare le chiavi del gioco al giovane giocatore bresciano”. E così è nata una nuova carriera per Pirlo, una carriera semplicemente vincente.

Ovviamente gli esordi sono stati traumatici: lui, cresciuto come “un numero 10”, pura fantasia libera da schemi, ha avuto difficoltà nell’imporsi nella nuova posizione dove gli veniva chiesto di creare gioco, avendo però l’obbligo di correre dietro gli avversari, fare filtro e imparare a difendere. Nella prima vera sfida contro un avversario ben organizzato come la Juventus, il Milan si sfilacciò, Pirlo non rese come avrebbe dovuto, dalle sue parti passavano tutti gli avversari, fu una sconfitta su tutti i fronti insomma. Preso questo schiaffo, si rimboccò silenziosamente le maniche, caratteristica che lo ha sempre contraddistinto, e in poco meno di un anno perfezionò e fece propri tutti i vari automatismi, i vari schemi e le innumerevoli tattiche che Ancelotti dispensava, arrivando a prendersi una dolce rivincita proprio contro la Juventus, vincendo una preziosa Champion’s League.

La consacrazione. Da lì in poi non si sarebbe potuto immaginare un Milan competitivo senza la sua presenza in campo, raggiunse infatti quota 52 presenze in una sola stagione (nell’anno 2006/07, record per un giocatore del Milan), ogni pallone che toccava era il preludio ad una verticalizzazione pronta ad essere sfruttata dai vari attaccanti, Ancelotti  modellava il resto della squadra attorno alla sua figura, alla maglia numero 21, lui incredibilmente riusciva a trovare calma serafica e lucidità, magari dopo aver vinto un contrasto contro l’avversario, per ragionare e optare per la scelta più giusta, la più spettacolare. Una sicurezza imprescindibile: ricordo infatti un curioso aneddoto. Fasi finali della stagione 2003/04, il Milan era ormai prossimo alla conquista del tricolore e in una partita inchiodata, difficile da sbloccare, guadagna un calcio di rigore. Pirlo, per turnover, era in panchina in quel match, ma Ancelotti fidandosi solo del suo primo rigorista, ordina immediatamente un cambio per fargli battere il penalty. E ovviamente andò a segno.

Era a tutti gli effetti il padrone del campo: visione di gioco totalizzante, con i suoi lanci millimetrici e sopraffini poteva essere ovunque, ai suoi compagni bastava creare un movimento e potevano star certi che il pallone sarebbe giunto proprio sulla loro testa: così sono stati confezionati tantissimi goal, uno bellissimo nella finale di Supercoppa Europea contro il Siviglia, lancio di Pirlo che pesca Jankulovski e tiro al volo. Un passaggio, un inserimento ed una rete. Straordinaria semplicità.

In quello che ha fatto non è mai stato banale, ha sempre provato a superare se stesso soprattutto in quella che era la sua “specialità di casa”, i calci di punizione. Ad interno a giro, sopra la barriera, con la “maledetta” o l’”ascensore”. Varianti evolute con un unico obbiettivo: quando prendeva la palla e se la sistemava con cura maniacale alla ricerca della valvola, nel portiere avversario già maturava l’idea di dover raccogliere la sfera in fondo alla rete.

Ha vinto tutto ciò che era possibile accumulare, e lo ha fatto da protagonista. Nel Mondiale del 2006 in Germania, forte della leadership ottenuta nella squadra rossonera, si è laureato, con la Nazionale, campione del mondo a pieni voti: verranno ricordate le parate di Buffon o i goal di Materazzi, l’urlo di Grosso o le chiusure perfette di Cannavaro, fotogrammi straordinari che occuperebbero però solo alcune pagine di un album memorabile e storico. Tutte le altre pagine sarebbero monotematiche: a mio parere lui è stato il vero elemento prezioso di quella vittoria. Intere partite senza sbavature, una tranquillità nel comandare da far imbestialire gli avversari, e poi i suoi soliti, tantissimi assist, le sue finte di corpo e anche un goal, il primo dell’avventura tedesca, contro il Ghana. Bisogna aspettare una vittoria al Mondiale per vederlo finalmente piangere, per vederlo finalmente levare quella maschera inespressiva, pacata, che sembra non trasudare emozioni e a sua volta non darle. Ma le emozioni, ed è un termine fin troppo eufemistico per chi mi conosce, lui sa come farle trasmettere. Sa come farsi spontaneamente applaudire, sa come attirarsi gli elogi, e ha saputo  innalzarsi sul trono di re indiscusso in quel ruolo. La sua autorevolezza sul campo se l’è conquistata con la cosa più ovvia ed elementare, attraverso il suo destro cristallino, puro, inimitabile. Parreira, ex tecnico del Brasile, arriva a nominarlo il “Zico davanti alla difesa”, e nonostante il calderone di talenti che il Brasile sforna, lui, quel giocatore che si è fatto le ossa tra i campetti bresciani, l’avrebbe proprio voluto averlo.

Però…ci sono dei però. Non è un caso, purtroppo, che sviluppando questo articolo, abbia parlato quasi ed esclusivamente al passato. Il giocatore osannato e protetto dagli dei del calcio, ad un certo punto, si è smarrito. La lampadina della sua genialità è andata pian piano affievolendosi. Ultimi lampi sono state le vittorie in Europa e nel Mondiale per Club tra gli anni 2007 e 2008, sintomi di resurrezione dopo gli avvenimenti di Calciopoli. Ma poi il Milan inizia a non girare più: fatiche, successi e appagamenti, inclinano l’animo trionfante dei Rossoneri. Ovviamente a subire maggiormente il contraccolpo è chi ha sempre retto sulle proprie spalle il gioco di tutta la squadra:  a turno i vari Rivaldo, Rui Costa, Kakà, Sheva, quelli che lo hanno supportato nel corso degli anni, abbandonano la nave, lui è ancora lì in mezzo al campo, ma non può più essere lo stesso. Lui che non ha mai avuto un fisico da puro incontrista, fatica dannatamente in quel ruolo, arranca sui troppi compiti difensivi che non spetterebbero solo a lui e non brilla più nemmeno in quello che gli era vitale come un respiro. Mancano le motivazioni e gli infortuni, poi, incorniciano il tutto. Allegri l’aveva intuito: il suo intento era ridare a Pirlo la voglia di giocare, di non limitarsi al compitino scolastico, voleva essere il “nuovo Ancelotti” e per questo aveva intenzione di riproporlo come laterale a centrocampo, quel ruolo di regista decentrato che, ironia della sorte, ha poi rilanciato Seedorf.

Il Milan e Pirlo a fine stagione hanno capito. Quando la tua squadra vince un campionato, senza il tuo apporto (un solo goal, magnifico, contro il Parma), ti senti inevitabilmente estraneo, fai fatica ad assimilare come anche merito tuo questo successo. Se passi da giocatore insostituibile a ruolo di comprimario, avverti la difficoltà di rilanciarti e di riaffermarti, ed è per questo che dopo 10 anni splendidi, una vita calcistica gratificante, Pirlo ed il Milan si salutano. Un’ultima partita ancora da giocare e poi inizierà una nuova avventura, sperando di non dover più parlare al passato…

Giovanni Sgobba

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Published in: on maggio 20, 2011 at 11:25 am  Lascia un commento  

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