Saluto a “El Loco”

(Esultanza dopo il goal qualificazione al 93' con la maglia dell'Argentina)

Anche Martin Palermo, a 37 anni, ha deciso di ritirarsi dal mondo del calcio giocato. Lui che ha reso ancora più speciale, più romantico il “tema” del giocatore che si lega ad una squadra. Un tema che il calcio tante volte ci ha proposto, ma che giorno dopo giorno  sta scomparendo, sempre più si parla al passato, si rincorrono vecchie storie che col tempo si tramutato in leggende. Ecco perché fa notizia il ritiro di un calciatore, meglio di un simbolo, che si è sentito grande all’interno di un unico stadio, tra le mura amichevoli di una famiglia. Quale nucleo può amarti e farti sentire amato se non  una famiglia?Così è stato per l’argentino, così l’hanno trattato sia il Boca Juniors (squadra di Buenos Aires) sia  i suoi supporter. Ed è più romantico, come detto in apertura, perché Martin lo capisce e lo intuisce dopo aver provato ad ottenere la consacrazione in Europa. Un percorso a ritroso rispetto i suoi parenti: loro, italiani, andarono a cercar fortuna in America, lui segue la scia di quei tantissimi giovani giocatori sudamericani che o per affermarsi, o perché già vincitori in patria, provano l’avventura oltreoceano. Lo fece anche Maradona, anche lui beniamino dei tifosi del Boca, che passò al Barcellona per poi diventare leggenda nel Napoli, e così ha fatto anche Palermo fermandosi qualche anno al Villareal, poi al Betis ed all’Alaves , sempre in Spagna. Si meritò questo “premio” e questa chance a suon di goal e di trofei vinti con i Xeneizes: nella sua prima parentesi con la casacca giallo-blu totalizza 108 presenze con 91 goal. Numeri assurdi impreziositi da 2 campionati d’Apertura e uno di Clausura, una Coppa Libertadores e soprattutto una Coppa Intercontinentale (vecchia denominazione del Mondiale per Club), giocata contro il Real Madrid e vinta grazie ad una preziosissima doppietta proprio da lui siglata. Tra i vari successi di squadra, anche un titolo individuale: nel 1998 viene eletto miglior giocatore sudamericano ricevendo l’ambito Pallone d’oro. Ottime premesse, dunque, per far bene anche in Europa. Ma non vennero mai confermate: poche presenze e pochissimi goal e soprattutto un grave infortunio a causa di un episodio assurdo. Durante una partita di Copa del Rey, Palermo segna contro il Levante e nel festeggiare con i suoi tifosi, i cartelloni con gli sponsor che delimitano il campo, gli crollano addosso con conseguente rottura di tibia e perone. Forse da quel momento capì che l’avventura in Europa era finita e che il posto migliore per rialzarsi era la “Bombonera”, lo stadio del Boca. Riuscì a recuperare dopo un lungo infortunio, forse l’unico avvenimento verso il quale Martin fu costretto alzare bandiera bianca. Si perché nella sua carriera, nei suoi momenti di pazzia e di pura istintività, è riuscito pure a giocare nonostante, si venne poi a scoprire, avesse i legamenti del ginocchio lesionati. Perché lo fece?Voleva assolutamente segnare il goal numero 100 con la maglia giallo-blu, e alla fine, testardo e cocciuto, compì questa impresa.

 Tecnicamente non è mai stato eccelso, per alcune movenze e per il suo essere rapace d’area di rigore ricorda molto Inzaghi, giocatori che vivono per il goal, non belli esteticamente, ma dannatamente efficaci. Emiliano Mondonico disse sul giocatore del Milan:  “Non è Inzaghi ad essere innamorato del gol, è il gol ad essere innamorato di Inzaghi…” Un’affermazione che calza perfettamente anche all’ormai ex numero 9 argentino. Altra analogia con Pippo. Prototipi di attaccanti che non si trovano facilmente in giro, programmati per segnare, non importa come, ma importa quando: nei momenti più importanti, nelle sfide più belle e più sentite, la loro zampata la mettono sempre. E lo vedi segnare un calcio di rigore, nonostante fosse scivolato nell’istante prima di calciare, lo vedi andare a segno da centrocampo, con un tiro di sinistro e addirittura ripetersi con un colpo di testa, da poco meno di 40 metri, entrando così nel guinness. Quello fu il suo goal numero 200 in Argentina. E poi, durante il classico focoso derby tra Boca e River Plate, segna appoggiandosi con una mano sulla traversa per poter insaccare la palla di testa: folle già l’idea, assurdo perché tecnicamente sarebbe stato annullato. Nella sua seconda esperienza totalizza 215 gettoni con 112 marcature diventando il miglior cannoniere nella storia del club argentino e accumulando altri trofei quali 2 campionati d’Apertuna, uno di Clausura e un’altra Libertadores. Così ci si fa amare dai tifosi, non importa se solo di una città o di una sola squadra; in questa maniera si diventa leggenda. Ecco che si intuisce il perché del soprannome “El Loco”: solo un pazzo può pensare di calciare un terzo rigore, dopo averne sbagliati 2 nella stessa partita, e fallire nuovamente. E’ una macchia ( o un altro personale record) che Palermo si è portato addosso per parecchi anni, soprattutto perché realizzata con la camiseta albiceleste: una maglia, quella dell’Argentina, che pesa, dove o sei all’altezza o difficilmente ti danno una seconda possibilità. Ha giocato poco con la propria nazionale, solo 15 partite, ma è riuscito a mettere a segno 9 goal, gli ultimi 2 preziosi e significativi. Durante la fase di qualificazione per i Mondiali disputati l’anno passato, l’Argentina gioca male, segna poco e rischia di non ottenere il pass per andare in Sudafrica. Maradona, allora tecnico, decide di convocarlo, e lui si dice abbia detto: “Dammi 30 minuti e segno…” Contro il Perù ormai eliminato, sotto un autentico diluvio universale, l’Argentina sta pareggiando: un risultato che li condannerebbe. Lui entra a partita quasi conclusa e segna al 93’ il goal vittoria, che poi permetterà alla sua nazionale di volare ai Mondiali. E’ la sua personale vittoria, a modo suo, un goal di carambola. Ecco che si è scelto il suo finale, al momento giusto il modo migliore per cancellare quei 3 rigori sbagliati. Una piccola enorme soddisfazione, arrivata a 36 anni, che gli permette inoltre di partecipare a quella stessa manifestazione mondiale (gesto di gratitudine e riconoscenza da parte di Maradona) e anche segnare, nel suo solito stile: dopo essere entrato in campo da 9 minuti.

Nella sua ultima apparizione nel suo stadio, la “Bombonera”, ha salutato, visibilmente commosso, il suo pubblico, la sua famiglia. Stranamente non è andato a segno. Vuoi vedere che quel pizzico di “normalità” è arrivato proprio durante il giorno del suo addio…

Giovanni Sgobba.

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Published in: on giugno 14, 2011 at 1:45 pm  Lascia un commento