E’ tempo di addii

E’ tempo di addii. Un’altra colonna decennale del tempio milanista cessa di essere elemento portante per quel processo di restauro, inevitabilmente iniziato qualche stagione fa,  che porta a fare delle scelte andando oltre riconoscenze e rapporti affettivi. Andrea Pirlo e il Milan si separano consensualmente dopo 10 anni in cui hanno vissuto un rapporto di simbiosi, crescendo e maturando insieme, gioendo numerose volte e ripartendo assieme dopo qualche amara sconfitta. Arrivato al Milan ventiduenne, Pirlo si trasforma da giovane promessa (appellativo che gli andava stretto essendo già nell’Under 21 un leader di assoluto valore) a monumentale giocatore, perno centrale e di assicuro affidamento per allenatori e compagni di squadra. Una garanzia insomma. Insieme a Seedorf è stato lo sgarbo perfetto fatto ai danni dei cugini interisti, troppo frettolosi nel liquidare coloro che poi avrebbero da lì a poco costituito il centrocampo tipo per intere stagioni. Non è un caso che è il reparto con l’età media più alta: difficile prescindere da Pirlo, Seedorf, Ambrosini, Gattuso, pesante lasciarli in panchina quando hanno dato tanto per questi colori e possono ancora dire la loro.

Fenomenale, dietro all’Andrea Pirlo che ammiriamo oggi, è stata l’intuizione di Ancelotti. In una sola estate, precisamente quella del 2002, in quello che al tempo fu un progetto di rilancio del Milan, Carletto lo fece indietreggiare di qualche metro ovvero dalla trequarti, troppa affollata da esteti del calcio come Rui Costa, Rivaldo e a volte Seedorf, alla mediana centrale di centrocampo. Poi si verrà a sapere che l’idea fu scopiazzata da Mazzone, tecnico che allenò Pirlo quando giocava nel Brescia, ma è facile intuire quanto potesse essere rischiosa una scelta del genere, in una società desiderosa di ritornare a vincere e che non avrebbe ammesso sbagli, e soprattutto sacrificando e detronizzando chi in quel ruolo è stato, prima di lui, grande per anni, Demetrio Albertini. Con lui il tecnico fu chiaro: “Ho intenzione di affidare le chiavi del gioco al giovane giocatore bresciano”. E così è nata una nuova carriera per Pirlo, una carriera semplicemente vincente.

Ovviamente gli esordi sono stati traumatici: lui, cresciuto come “un numero 10”, pura fantasia libera da schemi, ha avuto difficoltà nell’imporsi nella nuova posizione dove gli veniva chiesto di creare gioco, avendo però l’obbligo di correre dietro gli avversari, fare filtro e imparare a difendere. Nella prima vera sfida contro un avversario ben organizzato come la Juventus, il Milan si sfilacciò, Pirlo non rese come avrebbe dovuto, dalle sue parti passavano tutti gli avversari, fu una sconfitta su tutti i fronti insomma. Preso questo schiaffo, si rimboccò silenziosamente le maniche, caratteristica che lo ha sempre contraddistinto, e in poco meno di un anno perfezionò e fece propri tutti i vari automatismi, i vari schemi e le innumerevoli tattiche che Ancelotti dispensava, arrivando a prendersi una dolce rivincita proprio contro la Juventus, vincendo una preziosa Champion’s League.

La consacrazione. Da lì in poi non si sarebbe potuto immaginare un Milan competitivo senza la sua presenza in campo, raggiunse infatti quota 52 presenze in una sola stagione (nell’anno 2006/07, record per un giocatore del Milan), ogni pallone che toccava era il preludio ad una verticalizzazione pronta ad essere sfruttata dai vari attaccanti, Ancelotti  modellava il resto della squadra attorno alla sua figura, alla maglia numero 21, lui incredibilmente riusciva a trovare calma serafica e lucidità, magari dopo aver vinto un contrasto contro l’avversario, per ragionare e optare per la scelta più giusta, la più spettacolare. Una sicurezza imprescindibile: ricordo infatti un curioso aneddoto. Fasi finali della stagione 2003/04, il Milan era ormai prossimo alla conquista del tricolore e in una partita inchiodata, difficile da sbloccare, guadagna un calcio di rigore. Pirlo, per turnover, era in panchina in quel match, ma Ancelotti fidandosi solo del suo primo rigorista, ordina immediatamente un cambio per fargli battere il penalty. E ovviamente andò a segno.

Era a tutti gli effetti il padrone del campo: visione di gioco totalizzante, con i suoi lanci millimetrici e sopraffini poteva essere ovunque, ai suoi compagni bastava creare un movimento e potevano star certi che il pallone sarebbe giunto proprio sulla loro testa: così sono stati confezionati tantissimi goal, uno bellissimo nella finale di Supercoppa Europea contro il Siviglia, lancio di Pirlo che pesca Jankulovski e tiro al volo. Un passaggio, un inserimento ed una rete. Straordinaria semplicità.

In quello che ha fatto non è mai stato banale, ha sempre provato a superare se stesso soprattutto in quella che era la sua “specialità di casa”, i calci di punizione. Ad interno a giro, sopra la barriera, con la “maledetta” o l’”ascensore”. Varianti evolute con un unico obbiettivo: quando prendeva la palla e se la sistemava con cura maniacale alla ricerca della valvola, nel portiere avversario già maturava l’idea di dover raccogliere la sfera in fondo alla rete.

Ha vinto tutto ciò che era possibile accumulare, e lo ha fatto da protagonista. Nel Mondiale del 2006 in Germania, forte della leadership ottenuta nella squadra rossonera, si è laureato, con la Nazionale, campione del mondo a pieni voti: verranno ricordate le parate di Buffon o i goal di Materazzi, l’urlo di Grosso o le chiusure perfette di Cannavaro, fotogrammi straordinari che occuperebbero però solo alcune pagine di un album memorabile e storico. Tutte le altre pagine sarebbero monotematiche: a mio parere lui è stato il vero elemento prezioso di quella vittoria. Intere partite senza sbavature, una tranquillità nel comandare da far imbestialire gli avversari, e poi i suoi soliti, tantissimi assist, le sue finte di corpo e anche un goal, il primo dell’avventura tedesca, contro il Ghana. Bisogna aspettare una vittoria al Mondiale per vederlo finalmente piangere, per vederlo finalmente levare quella maschera inespressiva, pacata, che sembra non trasudare emozioni e a sua volta non darle. Ma le emozioni, ed è un termine fin troppo eufemistico per chi mi conosce, lui sa come farle trasmettere. Sa come farsi spontaneamente applaudire, sa come attirarsi gli elogi, e ha saputo  innalzarsi sul trono di re indiscusso in quel ruolo. La sua autorevolezza sul campo se l’è conquistata con la cosa più ovvia ed elementare, attraverso il suo destro cristallino, puro, inimitabile. Parreira, ex tecnico del Brasile, arriva a nominarlo il “Zico davanti alla difesa”, e nonostante il calderone di talenti che il Brasile sforna, lui, quel giocatore che si è fatto le ossa tra i campetti bresciani, l’avrebbe proprio voluto averlo.

Però…ci sono dei però. Non è un caso, purtroppo, che sviluppando questo articolo, abbia parlato quasi ed esclusivamente al passato. Il giocatore osannato e protetto dagli dei del calcio, ad un certo punto, si è smarrito. La lampadina della sua genialità è andata pian piano affievolendosi. Ultimi lampi sono state le vittorie in Europa e nel Mondiale per Club tra gli anni 2007 e 2008, sintomi di resurrezione dopo gli avvenimenti di Calciopoli. Ma poi il Milan inizia a non girare più: fatiche, successi e appagamenti, inclinano l’animo trionfante dei Rossoneri. Ovviamente a subire maggiormente il contraccolpo è chi ha sempre retto sulle proprie spalle il gioco di tutta la squadra:  a turno i vari Rivaldo, Rui Costa, Kakà, Sheva, quelli che lo hanno supportato nel corso degli anni, abbandonano la nave, lui è ancora lì in mezzo al campo, ma non può più essere lo stesso. Lui che non ha mai avuto un fisico da puro incontrista, fatica dannatamente in quel ruolo, arranca sui troppi compiti difensivi che non spetterebbero solo a lui e non brilla più nemmeno in quello che gli era vitale come un respiro. Mancano le motivazioni e gli infortuni, poi, incorniciano il tutto. Allegri l’aveva intuito: il suo intento era ridare a Pirlo la voglia di giocare, di non limitarsi al compitino scolastico, voleva essere il “nuovo Ancelotti” e per questo aveva intenzione di riproporlo come laterale a centrocampo, quel ruolo di regista decentrato che, ironia della sorte, ha poi rilanciato Seedorf.

Il Milan e Pirlo a fine stagione hanno capito. Quando la tua squadra vince un campionato, senza il tuo apporto (un solo goal, magnifico, contro il Parma), ti senti inevitabilmente estraneo, fai fatica ad assimilare come anche merito tuo questo successo. Se passi da giocatore insostituibile a ruolo di comprimario, avverti la difficoltà di rilanciarti e di riaffermarti, ed è per questo che dopo 10 anni splendidi, una vita calcistica gratificante, Pirlo ed il Milan si salutano. Un’ultima partita ancora da giocare e poi inizierà una nuova avventura, sperando di non dover più parlare al passato…

Giovanni Sgobba

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Published in: on maggio 20, 2011 at 11:25 am  Lascia un commento  

E’ qui la festa…

Milan Campione d’Italia 2011. Una frase semplice, diretta che non ammette dei “se” o dei “ma”, bisbigliata fino a sabato sera, quando, con la certezza matematica ottenuta pareggiando all’Olimpico, tutti i tifosi e i protagonisti principali hanno potuto finalmente gridarla. L’ultima grido risale al maggio di 7 anni fa: anche allora la squadra allenata da Ancelotti poté festeggiare la conquista del titolo nazionale proprio contro la Roma, proprio alla terzultima giornata. 7 anni da un successo all’altro, tanti per questo calcio moderno che corre, si evolve annualmente e non ti aspetta. In mezzo lo scandalo di Calciopoli, gli ultimi sussurri d’orgoglio con le vittorie internazionali, poi la fine di un ciclo con gli addii di Ancelotti, Maldini, Costacurta, Rui Costa, Kakà, Shevchenko per citare quelli emotivamente più “dolorosi”, e poi soprattutto il dilagante dominio dell’Inter, straripante su tutti i fronti, specialmente nella stagione scorsa. Un peso, che stando alla stessa ammissione di Galliani e Gattuso, si stava facendo troppo ingombrante e frustrante: difficile digerire il sorpasso nella classifica iridata di campionati vinti, difficile capacitarsi di una situazione mutata, stravolta nel giro di un paio di anni, catapultati dall’olimpo dei dominatori alla schiera degli eterni secondi. Questa vittoria ha un suo fascino particolare anche per tale motivo, perché il Milan lo scudetto  l’ha scucito, strappato, proprio dal petto dei cugini che tenacemente, nonostante la burrascosa prima parte di stagione, hanno provato a difenderlo, salvo poi cedere di schianto nel derby-scudetto quando invece, stando a -2 dai rossoneri, sembrava già tutto pronto per il sorpasso in classifica con tanto di beffa perché compiuto da un ex milanista come Leonardo.

La parola rivincita non è mai stata proferita da nessun elemento rossonero, ma non è un caso che quel qualcosa in più è stato dato proprio da coloro che erano presenti 7 anni fa e che sentivano in maniera maggiore rispetto agli altri compagni il dovere di riconquistarsi onore e gloria. Tra questi c’è Abbiati, da un paio di anni ritornato alla base rossonera, giunto nella piena maturità, ha sputato fuori dalla porta palloni su palloni; poi ci sono Nesta, Gattuso e Ambrosini che, nonostante i soliti problemi fisici, hanno smontato sistematicamente le consuete critiche che li etichettavano come giocatori bolliti, e poi c’è Seedorf. Sull’olandese si potrebbero scrivere infiniti epinici celebrativi: raramente si è mai assistito ad un rapporto così conflittuale, ma al tempo stesso romantico tra un giocatore e la sua tifoseria, come accade tra l’olandese e la curva Sud. E’ un amore capriccioso, sembra sempre sul punto di spezzarsi, ti fa imbestialire per quanti palloni può perdere durante una partita, ma non finirai mai di ringraziarlo, e di elogiarlo per la sua infinita classe e umanità. Divenuto lo straniero con più presenze in assoluto nel Milan, impari a rispettarlo perché è tra i pochi giocatori che esce dal campo a testa alta anche quando è consapevole di non aver fatto un’ottima prestazione,ma sai che ce l’ha messa tutta; è un allenatore con i tacchetti per quanto parla in campo, e se in tutti gli ultimi successi del Milan l’hanno visto protagonista un motivo ci sarà. Soprattutto nell’ultima parte di stagione è stato il vero trascinatore: ha scoperto una seconda giovinezza, riproposto sulla fascia sinistra come durante la prima era di Ancelotti, ha rivestito un ruolo diverso dal classico laterale di fascia, un numero 10 defilato, quel 10 sulla maglia che ha aspettato anni prima di indossarlo perché apparteneva a Rui Costa. Un “registra in ombra” che infondo rappresenta la sua carriera, mai sopra le righe, mai dichiarazioni fuori luogo, per parlare ha sempre usato il terreno di gioco come foglio sul quale incidere il suo pensiero, con tocchi di classe mai banali.

Il team rossonero è stato autentico padrone del campionato: dopo un inizio lento, difficile e reso ancor più complicato dal numero spropositato di attaccanti, solita pretesa del presidente, che mandava a benedire schemi ed equilibri (pesante sconfitta sul campo del neopromosso Cesena alla seconda giornata, pareggi con Catania e Lazio e stentata vittoria contro il Genoa), Allegri ha imposto la sua personalità, quel modo di giocare forgiato tra i campi provinciali e, senza farsi soggiogare dai nomi illustri che lasciava a turno in panchina, ha messo da parte lustini e champagne, per presentare una squadra grintosa, arcigna e sempre più solida. Divenuta capolista solitaria a partire dall’undicesima giornata dopo la vittoria casalinga per 3-1 contro il Palermo, dal podio non è più scesa, ha deciso quando sferrare i colpi decisivi “taglia-gambe” e ha condotto una seconda parte di stagione con un andamento estremamente regolare e disarmante. Disarmante nel puro significato etimologico del termine perché a turno Napoli ed Inter hanno provato a tirar giù il Milan dal gradino più altro, ma sono state puntualmente sgonfiate,  annichilite nelle sfide dirette, palcoscenici ideali per mettere in risalto la grinta e la voglia di supremazia: quattro vittorie tra andata e ritorno, solamente un goal subito e soprattutto un secco 3-0 nella “stracittadina”, tondo sia nel risultato che nell’andamento del match. Se vogliamo trovare  un punto fermo, a dirla tutta, è stato proprio questo primo posto l’unico filo conduttore che riallaccia il Milan di oggi a quello confuso di inizio stagione o a quello ancor più diverso che si è presentato al giro di boa con nuovi e preziosi innesti (su tutti l’inossidabile Van Bommel e Cassano): infatti durante tutto l’anno si è visto un Milan camaleontico complici i vari infortuni o le varie squalifiche, tanto da risultare complicato e limitativo tracciare una formazione tipo. Da questo Allegri ha saputo trarre linfa rigeneratrice, non si è mai pianto addosso, ha costantemente reinventato schemi utilizzando sapientemente tutti gli uomini a disposizione come doppioni identici di tasselli che vanno a completare il medesimo puzzle: per quasi tutta la stagione è mancato Pirlo, metronomo e faro in mezzo al campo, inamovibile per ogni allenatore, prima d’ora impensabile ottenere un successo senza la sua presenza. Yepes, 34enne gladiatore colombiano giunto a Milanello a parametro zero, si è dimostrato affidabile, sempre pronto quando doveva sostituire uno dei due difensori centrali (se la difesa ha subito solamente 23 goal, di cui 6 solo nel girone di ritorno, è anche per merito suo); a metà stagione è praticamente stato assente tutto il centrocampo titolare ed ecco che il tecnico, come un prestigiatore d’altri tempi, ha estratto dal cilindro due giovani conigli, direttamente dalla Primavera: Strasser classe 90’(goal-vittoria nella difficile trasferta di Cagliari) e Merkel, gioiellino tedesco del 92’ promessa del calcio che verrà. E, soprattutto per l’altisonante ruolo mediatico e calcistico che riveste Ibrahimovic, il Milan è stato capace di sopperire anche all’assenza dello svedese, fuori proprio durante lo sprint finale, ma che ha paradossalmente rinforzato la convinzione di un gruppo voglioso di dimostrare di non essere dipendente da nessuno, e nel quale nessuno si è sentito meno indispensabile rispetto all’altro. Per questo ha vinto il Milan, cinque lettere che sintetizzano la vittoria di un gruppo coeso, trentuno uomini uniti da una stessa maglia e non è la solita sdolcinata retorica tanto abusata in queste occasioni per incensare una squadra vincente: a modo proprio, ognuno si è dimostrato pronto quando è stato chiamato in causa, anche quelli che sono stati spesso in tribuna, come Oddo e Jankulovski, si sono sentiti parte integrante di un progetto che per giungere all’ambita conclusione doveva contare su delle solide fondamenta e sul massimo apporto di tutti quanti.

 E poi ci sono i meriti di Allegri. E’ la sua vittoria, da allenatore esonerato dal Cagliari a vincitore dello scudetto al primo colpo, come è accaduto ai nobili Sacchi, Capello e Zaccheroni. In una squadra ricca di primedonne e di anarchici del terreno verde, lui ha capito come farsi rispettare semplicemente rispettando a sua volta i giocatori e instaurando con loro un rapporto dapprima umano e poi professionale. Più facile da dirsi che a farsi ovviamente, ma dimostrandosi sempre trasparente e leale con tutti, ha sentito lo spogliatoio stringersi sempre più attorno a lui, anche quando all’inizio le cose non andavo per il verso giusto. Non ha mai fatto scelte in base al prestigio che alcuni giocatori si erano guadagnati negli anni passati: è come se li avesse visti allenare, giocare per la prima volta, non conoscendo le vittorie, i trionfi che quei nomi si portano dentro. Ha dato a tutti loro delle possibilità, da Papastathopoulos a Ronaldinho, tenendoli sempre motivati e creando quella sana competizione all’interno dello spogliatoio che spinge i giocatori a superarsi costantemente. Gioca chi se lo merita: è così che ci si guadagna rispetto, ed è così che si può creare una base per costruire un solido futuro.

Per ora il futuro può attendere, sul dolce e meraviglioso presente si sono tessuti elogi, manca una piccola menzione per il passato, nello specifico per Leonardo.  La sua scelta di passare dopo nemmeno 6 mesi sulla panchina dei rivali cugini, si sa, non è piaciuta a molti. Avrà sicuramente commesso errori nella gestione della squadra l’anno passato, il Milan di oggi per differenza di mentalità e schemi non ha molto con il “suo” Milan fantasia, ma è stato l’allenatore del cambio era, del post Ancelotti che ha vinto e stravinto tutto, ed è stato quello che ha creduto negli acerbi Abate ed Antonini e puntato su Thiago Silva, oggi tra i quattro-cinque difensori più forti in assoluto. Senza sfottò o spirito di rivalsa, un piccolissimo pezzo di scudetto, è anche per merito suo…

Giovanni Sgobba.

Published in: on maggio 11, 2011 at 11:48 am  Lascia un commento  

Brescia-Milan 0-1: il Racconto

Lo scudetto si avvicina e allora non poteva non mancare il nostro articolo sui rossoneri,firma sempre di Vanni Saps!

Corsi e ricorsi storici. Il calcio è anche questo. Ultima vittoria del Milan al Rigamonti di Brescia nella stagione 2003-2004: 0-1 con goal della “sorpresa” Pippo Pancaro. A fine anno, la squadra allenata da Ancelotti poté festeggiare il suo 17esimo ed ultimo scudetto. Il calcio crea questi parallelismi romantici per cui è lecito crederci; dopotutto durante l’anno, il Milan ne ha accumulati parecchi di indizi (vittoria a Torino, doppio derby vinto ecc.), che confrontandoli con la stagione dell’ultimo successo, portano ad un prova sola. Ma non ci vuole il finissimo intuito dell’ investigatore Sherlock Holmes per giungere ad una conclusione, che a 4 giornate dalla fine, sembra ormai scontata. Anche questa volta, dunque, vittoria per 0-1. Un altro parallelismo?Marcatore decisivo è stata la “sorpresa” (proprio come Pancaro) brasiliana Robinho. Casualità che a segnare un goal così pesante e decisivo sia stato proprio lui, arrivato a Milano in contemporanea con Ibrahimovic ed etichettato come un capriccio, uno sfizio messo lì a completare un reparto offensivo di puro mix tecnica&forza, considerato troppo leggero per la serie A, tutto giochetti e poco concreto. E invece fa la stagione che non ti aspetti: con quello di sabato fanno 12 goal che danno spessore e valore al tanto, tantissimo movimento ed impegno messo in campo ad ogni occasione e non ultimo durante lo sprint finale condotto dal Milan con metà reparto offensivo fuori per motivi ormai noti. Lui e il fantasista barese hanno retto sulle loro spalle l’attacco rossonero e paradossalmente, pur non avendo spalle possenti come quelle dello svedese, hanno creato più occasioni da goal di quanto ci si potesse immaginare. La partita è stata combattuta,  poco ossigeno è stato concesso per respirare e ragionare: pressing a tutto campo da parte di entrambe le squadre e Brescia arrembante, attento e aggressivo per sopperire al gap tecnico dei rivali. Come prevedibile tuoni e fulmini soprattutto a centrocampo: in un revival dal sapore western Hetemaj, Zanetti “mordi-gambe” sempre pronto in queste occasioni e il subentrato Baiocco (altro guerriero in miniatura) affrontano e sfidano ad armi pari Boateng, Van Bommel e il francese Flamini. Il bottino in palio è alto, altissimo: le Rondinelle sono in piena zona retrocessione, ogni partita può essere l’ultima occasione per rimanere aggrappati alla massima serie. Esplicativa è l’immagine di Berardi che trattiene e si avvinghia al giocatore ghanese tanto da sfilargli la maglia. Non si molla nulla. E così il Brescia si impegna e ci crede fino alla fine. La partita ha avuto due fasi nette, una per tempo. A chiunque si fosse fermato a vedere il primo tempo, il risultato potrebbe nemmeno essere così inaspettato. I primi 45 minuti di gioco sono per lo più di marca milanista: sono gli uomini di Allegri, infatti, ad avere il pallino del gioco in mano; procedono a folate, rallentano il ritmo per poi accelerare quando arrivano nei pressi della porta avversaria con inserimenti ed uno-due in spazi stretti o con cambi di gioco da una fascia all’altra per saltare le varie trappole sparse in mezzo al campo. E le occasione non mancano e l’urlo dei tifosi viene strozzato solo per la poca pulizia nel controllo, come capita a Flamini e Robinho, o per la mancanza di precisione come succede a Cassano che davanti al portiere incoccia male il pallone di testa. Un’anticipazione di come si sarebbe trasformato il secondo tempo si ha proprio alla fine con Eder che lancia il guanto di sfida superando in velocità Thiago Silva (monumentale come sempre anche acciaccato) ed impensierendo Abbiati. Reset totale di quanto si è detto fino ad ora: il Brescia entra in campo unendo alla già citata aggressività, anche voglia di spingere e vede la possibilità di poter far male al Diavolo che di colpo si spegne ed entra in confusione. Di Eder è il primo squillo che si libera in area e calcia alto, poi si susseguono a ritmo incessante il colpo di testa di Caracciolo, i tiri di Diamanti e quello di Baiocco dalla distanza . Ma dell’inferno, il Diavolo è padrone, e il Brescia ci finisce dentro, dopo aver sfiorato il paradiso con la traversa colpita dal tuttofare Diamanti. Accecati ed ammaliati dalla possibilità di prendersi i 3 punti, si spingono troppo e male in avanti, lasciando una prateria e invitando gentilmente Cassano (che nel frattempo si era divorato un altro colpo di testa) a servire un comodo assist proprio all’ex giocatore del Manchester City. Ed oltre il danno, arriva anche la beffa con la parata prodigiosa di Abbiati che si tuffa sulla sinistra e sventa un tiro a giro sempre di Diamanti, ultimo ad aver mollato. Immediatamente nella mente di molti è apparso un fotogramma, un flash, ovvero una parata altrettanto straordinaria dell’estremo difensore milanista nel lontano ’99 contro il Perugia all’ultima giornata. Quella parata fu decisiva e consegnò lo scudetto. Altri corsi e ricorsi storici…

Giovanni Sgobba.

Published in: on aprile 26, 2011 at 9:22 pm  Lascia un commento  

Milan – Sampdoria 3-0: il Racconto

Ecco qui la rubrica sul milan!L’autore è il caro amico Vanni,appassionato tifoso e fine conoscitore del calcio italiano.Per tutti i tifosi milanisti e non,buona lettura!

“A questo punto non vincerlo sarebbe un suicidio.L’ammissione, senza nemmeno troppi giri di parole, arriva direttamente da Allegri e testimonia lo stato d’animo che si respira in casa rossonera. Oramai non ci si può più nascondere: al termine della 33esima giornata di Serie A, il Milan si è visto aumentare il distacco  nei confronti delle dirette inseguitrici, entrambe uscite sconfitte, e la sensazione è che questa possa esser stata l’ultima svolta del campionato. La matematica lascia i giochi ancora aperti e l’andamento degli ultimi campionati deve servire da monito e da insegnamento, ma più di un fattore porta a credere che pian piano il sarto meneghino stia scucendo lo scudetto per passarlo da una parte all’altra del Naviglio. Nell’anticipo serale (in concomitanza con l’Inter), il Milan ha fatto un altro passo avanti superando agevolmente una Sampdoria che, non abituata a lottare per le zone basse e priva di un attacco e di un sistema di gioco valido, non ha potuto insidiare un Milan troppo concentrato per l’occasione. Nella mente di tutti sabato sera riecheggiavano ancora le immagini dell’ultimo passo falso casalingo, il pareggio 1-1 contro un ottimo Bari, che assieme alla sconfitta a Palermo, fecero sorgere qualche dubbio e perplessità. Una volta è concesso sbagliare, due no. Detto fatto: 3-0 e pratica Sampdoria archiviata senza troppi grattacapi. A dir la verità il Milan, a differenza del derby e della trasferta fiorentina, inizia senza premere sull’acceleratore, ma al primo vero tiro in porta, colpisce e tramortisce: Seedorf, rigenerato nella sua nuova-vecchia posizione di centrocampista laterale (un atto II verrebbe da dire dopo la prima era “ancelottiana” ), indovina l’angolino giusto su calcio di punizione e trafigge sul suo palo Curci. Prima di questo la Samp si è affacciata nell’area di rigore rossonera in una sola occasione, e sarà l’ultima; poi il vuoto. Il nome di Abbiati viene registrato solo per la sua uscita anzitempo che da la possibilità ad Amelia di sfatare un tabù: prima volta stagionale che il Milan vince con l’ex Genoa in porta. Sono soddisfazioni anche queste. Poi le solite, piacevoli conferme di una squadra camaleontica e intercambiabile che non offre punti di riferimento in mezzo al campo. Elementi rappresentativi di questo momento sono il ghanese Boateng, operaio con il frac per come riesce ad alternare corsa, muscoli e potenza a tocchi di classe e di precisione, mai fumoso e sempre più essenziale e Van Bommel, architetto roccioso lì a centrocampo, che da quando è arrivato (non soffermiamoci sul grave errore del Bayern a lasciarlo andare), non ha fatto rimpiangere Pirlo (prezioso comunque il suo rientro per il finale di stagione). Il secondo tempo, poi, è praticamente accademia. Trovato il secondo goal su calcio di rigore, trasformato da Cassano (subentrato a causa dell’ennesimo infortunio muscolare di Pato), la partita scivola via, tra passaggi e possesso palla. Gli occhi degli spettatori (e non) sono tutti sul tabellone ad attendere le notizie che giungono da Parma, dove contemporaneamente, l’Inter crolla e si spegne. Nel mezzo il terzo goal di Robinho, sempre presente per movimento ed inserimenti, ma sciattone sotto porta, che insacca di testa da posizione facile anche per lui. Molte note positive, dunque, che addolciscono e mascherano quel paio di note stonate (vedi la ormai “solita” squalifica di Ibrahimovic e l’infortunio di Pato) che potrebbero creare qualche insidia nella prossima trasferta a Brescia. A detta di Galliani molto si deciderà nel prossimo turno. Ammesso che non sia già tutto deciso…

Giovanni Sgobba.

Published in: on aprile 19, 2011 at 1:36 pm  Lascia un commento